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UNA STORIA TRISTE: ALFANO SPARISCE DI SCENA, DA JOLLY A DISOCCUPATO

Ieri, venticinque marzo duemiladiciotto, è stato il primo giorno dell’Italia deangelinizzata.

Un accadimento tutto sommato trascurabile tra i tanti di questo periodo forse (ma forse) rivoluzionario per la politica nostrana, con l’avvio dello strambo bipolarismo a tre gambe. Epperò un evento che merita di essere ricordato perché qualcosa di simbolico lo contiene.

Ricapitoliamo. Dopo la citofonata di Paolo Gentiloni a Sergio Mattarella sabato sera per recapitare le dimissioni da capo del governo, Angelino Alfano non è più ministro degli Esteri. O meglio lo sarà ancora per poco, ma in modalità risparmio energetico: «Per lo svolgimento degli affari correnti», dice la legge, che così definisce quella grigia manutenzione della cosa pubblica tipica degli interstizi tra un governo e l’altro. Un ruolo a scadenza e privo di qualsiasi valenza politica essendo esclusa qualsiasi scelta rilevante.

Alfano sta quindi preparando gli scatoloni alla Farnesina dopo aver già portato via quelli di Montecitorio. Perché l’ex enfant prodige del centrodestra poi fattosi pulce con la tosse in un centro che come spazio di agibilità politica è ormai grande e utile come una cabina del telefono della Sip, l’ex delfino di Berlusconi poi diventato pesciolino rosso, ha deciso di non ripresentarsi alle ultime elezioni.

E quindi dopo diciassette anni dal suo ingresso in Parlamento – avvenuto il 30 maggio 2001, quando aveva appena trent’anni, ma già pochi capelli e degli occhialini da professore di latino un po’ sadico – a Montecitorio rimbomberà il silenzio della sua assenza. Ce la faranno, ce la faremo.

Alfano esce dalla politica dalla porticina di servizio, quella dei fornitori. La sua è la parabola consumata piuttosto rapidamente di un uomo che sembrava destinato a cambiare la politica e che invece è finito inghiottito nel vertiginoso gorgo del nulla come un personaggio di Stranger Things. Alla fine degli anni Novanta Alfano è un prospetto di Forza Italia.

È eletto nel 1996 all’assemblea regionale siciliana, poi nel 2001 deputato, quindi nel 2005 coordinatore regionale di Forza Italia in Sicilia, infine due riconferme a Montecitorio a suon di voti: nel 2006 e nel 2008. La legislatura «di governo» è quella della svolta per il saputello avvocato agrigentino.

Entra nella squadra del Berlusconi-quater come ministro della Giustizia, e diventa il più giovane inquilino di un dicastero della storia repubblicana (ha 37 anni, 6 mesi e 8 giorni). Sembra lanciatissimo, Berlusconi lo inventa come suo successore, per lui escogita anche la carica di segretario del Pdl, che ha soltanto il nome di Alfano nell’albo d’oro (dopo di lui il diluvio). Il 2013 è l’anno del disastro.

Angelino entra nel governo Letta come ministro dell’Interno e vicepremier, poi qualche mese dopo con raro senso di eleganza politica strappa con un Berlusconi ferito dalla condanna giudiziaria e dalla decadenza da senatore. Per tutta la legislatura «abusiva», quella trascorsa tra governi espressione di una maggioranza «fake», Alfano si barcamena da ministro, mostrando i magri muscoli dei suoi plotoncini scarni ma necessari. Cambia il dicastero, cambia la ragione sociale del suo partitello (archivia Ncd e propone al gentile pubblico Ap) e si dissolve nell’irrilevanza politica a braccetto con un esecutivo nemmeno malaccio ma comunque senza titoli.

Addio Angelino. La politica conosce più rinascite di un film di zombie, quindi chissà, magari questo è un arrivederci. Nel frattempo ne approfitti: studi l’inglese. Per un ministro degli Esteri ancorché per caso, è uno skill fondamentale.